Roma: i giovani e la Casa

Valentina 24 anni, impiegata. Spende il 50% del suo reddito per affitare una stanza. Laura 23 anni, studentessa lavoratrice. Il 40% del suo stipendio serve per coprire le spese di casa.

Valentina vive da diversi anni a Roma. La incontriamo nella sua casa, con la coinquilina ed alcune amiche. Dopo essersi laureata in Relazioni Internazionali a Gorizia ha trovato un lavoro e frequenta un master in ‘Food security’ all’Università degli Studi ‘Roma 3′.

La scelta di coabitare con altre persone, spiega Valentina, è stata obbligata, “il costo degli affitti è troppo elevato, non potevo pensare ad altre sistemazioni”. “Nella prima casa in cui sono stata – dice Valentina – eravamo in cinque e c’erano diversi problemi da gestire, spesso anche le semplici pulizie diventavano argomento di discussione. Poi ho deciso di cercare una casa dove poter vivere in due, questa soluzione ha reso tutto più semplice”. Valentina ci racconta di essere stata anche fortunata, infatti la seconda casa che ha trovato le è stata affittata a canone concordato, “non solo il prezzo è decisamente più accettabile, ma il proprietario è una persona molto disponibile, la manutenzione è sempre puntuale e a differenza di molti miei amici ho un regolare contratto”.

La sua amica Myriam, non lo è altrettanto, infatti vive in una stanza subaffittata senza nessun contratto, una sistemazione che ha trovato con un annuncio affisso all’università. “Quando sono arrivata a Roma – anche lei si è laureata a Gorizia – ho pensato che il cohousing fosse la soluzione ideale, non conoscevo nessuno e non volevo trovarmi a vivere sola”. Tutte e quattro le ragazze concordano sul fatto che quando si è lontani da casa vivere in compagnia è la soluzione ideale, però a determinate condizioni, con un regolare contratto, in una casa che abbia un costo che non imponga di condividerla con troppe persone e con una regolare manutenzione. Condizioni purtroppo molto rare nelle grandi città e vicino a sedi universitarie, dove la speculazione sugli studenti fuori sede è sempre molto forte.

La conclusione della nostra chiacchierata è molto chiara, il cohousing è una scelta che ha dei vantaggi, però non deve essere imposta dal mercato degli affitti, trovare una casa a canone concordato migliora notevolmente la qualità della vita. Non solo i costi sono più contenuti, ma di norma si incontrano proprietari più attenti alle esigenze dell’inquilino e si hanno sempre regolari contratti, che chiariscono diritti e responsabilità.

Napoli: la casa non è un diritto per tutti

Luigi, 27 anni, un dottorato, un’esperienza all’estero e diverse borse di studio e concorsi superati alle spalle. La vita di uno dei tanti cervelli pronti, loro malgrado, a fuggire dal Paese.

Non che il pensiero non sia balenato anche a lui, ma proprio non riesce a staccarsi dal suo laboratorio, oltre 3 anni di ricerche sui tumori tiroidei e tante cose ancora da fare, da sperimentare, da scoprire.

Intanto, terminata l’ennesima borsa di studio, si prepara per un nuovo concorso, in attesa di conquistare, prima o poi, un assegno di ricerca.

A Napoli, c’è venuto quasi 10 anni fa, a studiare. Ha cambiato diverse case, sempre nel quartiere Vomero, quello più vicino alla zona ospedaliera e uno dei più cari della città.

Il co-housing più  che una scelta è stato un obbligo. Troppo cara una stanza, figuriamoci un monolocale o qualcosa di più. Con la borsa di studio a stento riesce a pagare le spese: la casa, anzi ad essere più precisi, il costo della sua camera, incide per oltre il 40% sul suo stipendio. “Se poi aggiungiamo le spese di casa al netto del cibo, e cioè considerando solo le utenze, superiamo di gran lunga il 50% delle mie risorse” ci spiega.

Eppure è lo stesso Luigi a dirci che nonostante tutto, “il fitto è caro ma non troppo per la zona”.

Una stanza a Napoli costa, in media, intorno ai 300 euro, ma spesso per trovare una sistemazione veramente decente, si è costretti a veder salire la cifra e non di poco.

Quello partenopeo è un enorme e disomogeneo mercato di stanze in affitto, selvaggio e quasi esclusivamente al nero.

Come ricorda Carla Napolitano della CGIL Campania Servizio Casa “quello degli immobili partenopei è un settore fortemente viziato dal nero”. Ciò impedisce, spesso, di veder realizzate politiche di contrasto al disagio abitativo in particolare dei giovani.

Il Comune di Napoli, proprio quest’anno, ha indetto un bando di assegnazione di contributi per l’affitto dedicato a 500 under 35. “Le domande pervenute – ci informa Carla – sono state in totale 700”. Uno dei requisiti per l’assegnazione dei 2mila euro finanziati da palazzo S. Giacomo era quello di avere un contratto regolarmente registrato.

Ma costi alti e nero non sono gli unici problemi a cui spesso fa fronte il giovane affittuario medio napoletano: fatiscenza dell’immobile ed eccessiva invasività del proprietario sono ulteriori elementi di un quadro tanto pittoresco quanto fosco.

Abito in questa casa, da oramai quattro anni” ci racconta Luigi. “Non è una grande abitazione, ma i proprietari sono disponibili e anche se con un po’ d’attesa s’interessano dei problemi di manutenzione della casa”. “A Napoli, ne ho viste di tutti i colori. Qui, almeno, non ho mai avuto grandi problemi”.

Il suo desiderio è quello di avere un’abitazione tutta sua. Un miraggio che però gli sembra molto lontano.

Non voglio dividere casa per sempre – ci dice – né restare precario per tutta la vita. Vorrei un lavoro fisso e uno stipendio dignitoso, che mi consentano di poter fare davvero programmi sulla mia vita, mettere su casa e, magari, anche famiglia”.

Milano: i costi insostenibili di una casa

Milano: dal 60% al 40% del reddito per pagare una casa

Milano che lavora, che produce. Milano trendy, luminosa e sfavillante. Milano vestita di palliettes e cocaina. Milano brulicante, nella bolgia dei corpi sudati stretti nei piccoli club fumosi. Milano che si snoda rapida lungo le acque placide dei suoi canali. Ed è proprio partendo dalle rive dei Navigli che vicoli ombrosi ci portano appena fuori dal cuore pulsante della città dove, tra Porta Ticinese e Bovisa, si apre un piccolo quartiere che ha conservato, malgrado la voracità del progresso, un vago e rassicurante sapore bohémien.

Qui, in un piccolo appartamento dalle finestre ornate da vasi di rosmarino e salvia, incontriamo Beatrice e Maria.

Beatrice è originaria di un piccolo paesino vicino a La Spezia, ha 24 anni e da cinque vive a Milano dove frequenta l’Università Statale e lavora in call-center per pagarsi le spese. “Non voglio far pesare alla mia famiglia la scelta di studiare ‘fuori sede’ – ci racconta dopo averci aperto le porte della sua casa, che condivide con altre tre ragazze – certo, mi danno una mano, solo con il mio stipendio non potrei permettermi di pagare l’affitto e le spese dell’università”.

Maria di anni ne ha 23 e frequenta la facoltà di Architettura al Politecnico di Milano, lavora saltuariamente, quando gli impegni di studio le lasciano un po’ di tempo libero. “Studiare al Politecnico è abbastanza impegnativo – dice – perché lezioni e laboratori spesso sono a frequenza obbligatoria”. Anche Maria è originaria di La Spezia. Le due ragazze condividono l’appartamento con Gaia e Rebecca, studentesse che come loro vivono lontane dalla loro città d’origine.

Chiacchierando le ragazze ci spiegano che “circa il 60% del nostro reddito mensile viene usato per pagare le spese legate alla casa. Questo ci costringe a fare delle rinunce, ad esempio non possiamo permetterci di tornare a La Spezia molto spesso e quindi, pur non essendo molto lontane da casa, limitiamo le visite allo stretto necessario”.

La scelta della coabitazione è nata come una necessità – ci spiegano sorridendo – ma adesso siamo felici di vivere insieme. Noi quattro siamo fortunate, tra noi è nata una bella amicizia e 400 euro mensili – spese escluse – per un posto letto in doppia non ti sembrano poi molte se la tua compagna di stanza è come una sorella”.

Ripartiamo infilandoci nel traffico lento di un qualsiasi pomeriggio milanese. Dopo circa un’ora ci fermiamo in via Lucca, periferia sud di Milano. E come Mauro ci aveva preannunciato “è impossibile sbagliarsi, è un palazzone grigio proprio di fronte alla fermata Bisceglie della metro”.

Mauro è originario di Bari, ha 29 anni, una laurea in Lettere e Filosofia e vive a Milano dal 2006.

Lui e sua moglie Sonia ci accolgono nel piccolo appartamento che dividono con Lorenzo, un ragazzo milanese. Anche Sonia è nata e cresciuta in un piccolo centro vicino a Bari e ci spiega che “quando, quattro anni fa, Mauro ha trovato lavoro a Milano per noi è stato molto difficile vivere lontani ma purtroppo all’epoca io non ero ancora laureata e per i miei genitori sarebbe stato impossibile mantenermi gli studi qui a Milano”.

Mauro insegna Lettere e Storia in un istituto tecnico di Assago mentre Sonia, che ha 26 anni e una laurea breve in Comunicazione linguistica e interculturale, un lavoro vero ancora non ce l’ha. Contribuisce al magro reddito familiare facendo la baby-sitter alcune sere la settimana. Lei vive a Milano dall’ottobre del 2008, anno in cui si sono sposati e cerca un lavoro da allora. “A volte – racconta la giovane – la mia laurea diventa una limitazione. Quando mi sento dire ‘lei è troppo qualificata per fare la cassiera in un supermercato’ vorrei non averla nemmeno presa”.

I due ragazzi spendono circa il 40% dello stipendio di Mauro per pagare l’affitto al quale vanno aggiunte spese condominiali e bollette. Mauro così ci spiega perché la convivenza con Lorenzo sia una necessità: “dato che Sonia non è ancora riuscita a trovare un lavoro stabile, possiamo contare solo sul mio stipendio di professore precario. Il che, già di per sé, rende il nostro ragionamento una contraddizione” ci dice senza perdere il sorriso. “Purtroppo sono un professore innamorato del suo lavoro – continua il giovane – forse potrei trovare un lavoro più remunerativo, ma ho sempre sognato di essere un insegnante e non vorrei rinunciarvi proprio adesso”.

A Milano il cohousing è una realtà che sembra interessare circa il 30% dei giovani tra i 20 e 35 anni, molto spesso però non si tratta di una scelta volontaria ma bensì di una necessità imposta dai costi degli affitti, troppo elevati per essere sostenuti con un solo stipendio. Mauro e Sonia parlano anche di un figlio, lo vorrebbero, ma sanno che in queste condizioni sarebbe praticamente impossibile riuscire a crescerlo “più avanti – dicono – quando magari riusciremo a rientrare definitivamente a Bari”.

Perugia: storie di quotidiana illegalità, l'affitto in nero

Giovanni, studente fuorisede a Perugia non riesce ad avere la borsa di studio senza un regolare contratto d'affitto

Come per i romanzi, anche in materia di affitti c’è un genere che va molto forte: il “noir”. D’altronde, di mezzo c’è sempre il crimine, anche se – diciamoci la verità – nel sentire comune di molti italiani e anche di molti giovani, questo tipo di attività illegale non viene percepita come un vero reato, ma piuttosto come una “furberia” o un piccolo stratagemma per risparmiare.

Prendiamo uno studente fuorisede come Giovanni, che viene dalla Basilicata per studiare Scienze Politiche a Perugia. Al suo arrivo nel capoluogo umbro, nel 2002, sa di poter contare su una borsa di studio garantita dall’Adisu (Agenzia per il diritto allo studio universitario) che offre un contributo significativo (2.800 euro all’anno + mensa gratuita). Contributo che dovrebbe permettere di coprire buona parte delle spese per l’affitto di un alloggio. Il problema però è che per poter accedere al contributo bisogna dimostrare di aver preso una casa (o una stanza) in affitto in città, ovvero serve un regolare contratto di locazione. E qui il meccanismo si inceppa: “Trovare abitazioni per cui i proprietari siano disposti a firmare un normalissimo contratto può risultare molto difficile – spiega Giovanni – addirittura scoraggiante e frustrante a lungo andare”.

E infatti per lui la soluzione al problema non è stata quella attesa, ovvero siglare un regolare contratto d’affitto. “All’inizio – continua lo studente lucano – sono rimasto fregato. Avendo una stanza in nero (peraltro in una ‘casa’ che sembrava piuttosto un bungalow, con la muffa alle pareti e in condizioni davvero pietose), risultavo addirittura pendolare dalla Basilicata all’Umbria, perdendo così una parte consistente della borsa di studio. Poi – racconta ancora Giovanni – mi sono spostato e ho trovato un proprietario particolarmente ingegnoso (non a caso era un ingegnere) che mi ha risolto il problema alla sua maniera: io pagavo 200 euro, ma da contratto risultava che ne pagassi 35, così lui versava pochissime tasse, ma io almeno potevo avere il mio contributo”.

In otto anni Giovanni ha cambiato 5 case a Perugia, pagando tra i 200 e i 250 euro per una stanza, quindi relativamente poco rispetto alla media, che, almeno nel centro storico, si aggira intorno ai 300-350 euro per una stanza singola e questo dopo un notevole ribasso negli ultimi anni. Solo in un caso su cinque però Giovanni ha trovato una proprietaria disposta a fargli un regolare contratto di affitto, che riportasse la cifra realmente percepita dal locatore.

La storia più positiva la trovi dove meno te l’aspetti. E’ quella di Muccedin, arrivato in Italia all’età di 30 anni, nel 2005. Lui viene da Bingol, una città della Turchia orientale dove vivono molti curdi. Anche Muccedin è curdo, ragione per cui è dovuto andarsene dalla sua città, dove in più occasioni aveva subito vessazioni e minacce. Il suo percorso abitativo in Italia comincia molto dal basso: “All’inizio ho vissuto in una baracca, in mezzo ai campi nel viterbese, dove mio cugino lavorava per un’azienda agricola – spiega il giovane curdo – Sono rimasto tre mesi in questo buco per poi trasferirmi a casa di un altro connazionale, dopo aver avviato le pratiche per la richiesta di asilo politico”. E’ proprio la sua domanda di protezione a portarlo a Perugia, nel centro di prima accoglienza per richiedenti asilo dove resterà oltre un anno in attesa di una risposta. Poi, quando il permesso per “motivi umanitari” gli viene concesso, nel 2006, Muccedin può iscriversi alla facoltà di Ingegneria ottenendo così il diritto ad una borsa di studio e un posto letto nello studentato di Ferro di Cavallo alla periferia di Perugia. Qui divide una stanza con un altro studente di Ingegnera, Vahid, che viene dall’Iran, mentre il bagno e la cucina sono in comune con gli altri ospiti della struttura.

Passano 3 anni e finito il corso di studi arriva il momento di lasciare lo studentato. Passaggio delicato: bisogna cercare una casa. Muccedin e Vahid, nel settembre 2009, decidono di farlo insieme.

Ora, specie di questi tempi, trovare una sistemazione dignitosa ad un prezzo equo in Italia per un curdo e un iraniano non è certamente cosa semplice. E Muccedin lo sa bene, perché suo cugino, curdo come lui, non riesce da anni a trovare un alloggio proprio per colpa della sua provenienza. Lui però ha un grosso vantaggio: nel 2007 è riuscito con successo ad avviare un’attività commerciale. Ha aperto un ‘kebab shop’ nel centro di Perugia che funziona e gli garantisce una certa solidità economica. E questo, ovviamente, fa la differenza.

Così i due “quasi laureandi” in ingegneria si rivolgono ad un’agenzia immobiliare. “La prima soluzione che ci è stata proposta non è stata affatto incoraggiante – racconta ancora Muccedin – Si trattava di un piccolo e buio bilocale al piano terra di Corso Garibaldi (una strada del centro di Perugia ad alta densità studentesca, ndr)”. Per questo “appartamento”, molto probabilmente un garage miracolosamente trasformato in abitazione grazie ad una ‘generosa’ legge regionale di qualche anno fa, il canone richiesto era di 450 euro al mese. I due studenti dicono no grazie.

Al secondo colpo però le cose vanno diversamente. L’appartamento proposto, che poi è quello in cui Muccedin vive attualmente, è in zona Sant’Erminio, non centralissima, ma nemmeno troppo fuori mano. E’ abbastanza grande, con due stanze da letto, un soggiorno, una cucina e un bagno. La cifra richiesta è di 550 euro e le spese condominiali sono incluse (anche il gas!). Per di più, c’è un regolare contratto di affitto da firmare. Difficile chiedere di meglio. E oggi, insieme a Muccedin e Vaihd è arrivato anche Ramazan, il cugino che non riusciva a trovare una sistemazione.

La CGIL lavora perché tutti i giovani possano avere una casa

Le difficoltà che un giovane incontra nel percorso di realizzazione della propria autonomia sociale diventano spesso insormontabili di fronte al problema della casa. Difficoltà che aumentano a dismisura nei grandi centri urbani e nei periodi di crisi economica, come quello che stiamo attraversando in questi anni.

Persone che vivono nella famiglia d’origine per classi d’età

Le barriere che separano i giovani dalla accesso alla casa sono di diversa natura. Le locazioni, nella maggior parte dei casi, sono così alte da rappresentare una porzione troppo consistente dei bassi redditi, di norma precari, percepiti all’ingresso nel mondo del lavoro. La via di un prestito bancario, il classico mutuo dedicato all’acquisto di un immobile, risulta impraticabile soprattutto pensando alle future prospettive salariali.

Le retribuzioni dei giovani

Secondo dati IRES, raccolti nel 2006 e poi confermati nel 2009 da Banca Italia, circa il 60% dei giovani, sotto i 35 anni, guadagnano non più di 1000€ al mese, a cui  si devono aggiungere un 13,2% di disoccupati, mentre la locazione media mensile, secondo il SUNIA, si aggira intorno a 750€ per i contratti in corso, e le richieste per la stipula dei nuovi contratti arrivano, in media, a 1.030€. La realtà si allontana incredibilmente dalla soglia del 25% indicata dalla CGIL come percentuale accettabile di reddito dedicata all’affitto della casa. Una percentuale, che, quando superata, rende evidentemente inaffrontabili tutte le altre spese di vita.

I canoni di locazione


Le soluzioni:

Incrementare il mercato degli affitti, in particolare quello a canone concordato, attraverso politiche fiscali che incentivino i proprietari di case a scegliere questa via e favoriscano l’emersione dell’affitto in nero.

La valorizzazione completa degli immobili di proprietà pubblica, ad esempio dei tanti enti, di cui frequentemente non possiedono una completa mappatura. Un patrimonio che troppo spesso viene svenduto, con grave danno per la collettività.

Lo sviluppo dell’esperienza dell’Agenzie per gli Affitti. Per una più efficace tutela sia degli inquilini che dei proprietari di casa attraverso appositi fondi di garanzia.

Combattere con efficacia la piaga dell’affitto in nero, rafforzando i controlli e favorendo i percorsi di emersione.

Costruire un nuovo progetto nazionale di edilizia popolare abitativa che sappia tener conto delle differenti esigenze sociali, sia dei giovani, ma anche di anziani, migranti, studenti, lavoratori privilegiando l’utilizzo degli immobili già esistenti.